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E' in stampa il Calendario 2012 di Al-Quds dedicato al progetto "Per i bambini di Artas". Quest'anno la nostra associazione insieme ai ragazzi del Liceo "Giorgione" di Caltelfranco Veneto ha realizzato il 2° campo estivo, di cui abbiamo pubblicato la relazione finale alcuni giorni fa. Il calendario oltre ad offrire notizie sul villaggio, mostra le foto di alcuni momenti più importanti della vita del campo e ricorda, per ogni mese, alcuni eventi significativi della storia della Palestina. Il calendario sarà disponibile a partire dal 2 dicembre p.v. al costo di 8 €; il ricavato sarà destinato alla realizzazione del 3° campo estivo nell'estate prossima [a fondo pagina, copia de foglio del mese di gennaio]
Il Consiglio di Quartiere 4 - Sud-Est ***In occasione della GIORNATA INTERNAZIONALE DI SOLIDARIETA' CON IL POPOLO PALESTINESE istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1977 *** Presenta : “Per uno solo dei miei due occhi” di Avi Mograbi (2008) *** --- Il film è il racconto commosso e partecipe del regista israeliano Avi Mograbi, che vive da vicino il conflitto tra israeliani e palestinesi e che, nonostante tutto, cerca ancora un dialogo per la pace --- INGRESSO GRATUITO --- Aderiscono: Associazione per la Pace, ACS, Al Quds, Comunità Palestinese del Veneto, Agronomi e Forestali Senza Frontiere, Donne in Nero, Perilmondo Onlus, ARCI. [locandina a fondo pagina]
Istituto di Cultura Italo-Palestinese Al Quds - Il Consiglio di Quartiere 4 sud est di Padova invitano tutti all'incontro con BAYKAR SIVAZLIYAN che parlerà della “minoranza Curda in Italia” e delle questioni non risolte degli Armeni, Curdi e palestinesia e presenterà il suo ultimo libro “OSPITI SILENZIOSI”. ****** Baykar Sivazliyan è docente di Lingua e Letteratura armena all’Università Statale di Milano, presidente della Comunità Armena in Italia. Autore dei libri Del Veneto, dell’Armenia, degli Armeni (Canova 2003) e di I Curdi. Questi ospiti silenziosi.(Terraferma Editore 2009). Nato a Istanbul in una famiglia di sopravvissuti al primo genocidio armeno. All’età di 12 anni, viene mandato da solo in Italia, nel Collegio Armeno. Si laurea a Venezia in Lingue e Letterature Orientali, si specializza in lingua e letteratura turca e in armenistica. Dal 1979, inizia a insegnare lingua e storia armena a Venezia e Milano. Dal 1999 al 2006 istituisce la cattedra di Lingua e Letteratura Turca all'Università del Salento (Lecce). E' autore di una ventina di monografie sulla cultura e storia armena, sulla situazione delle minoranze nell'Impero Ottomano e della minoranza armena nel Veneto. Autore di circa una sessantina di articoli scientifici, in diverse lingue. E’consulente di Enti Pubblici e Statali (Comune e Provincia di Venezia, Regione Veneto, Provincia di Milano e di Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, ecc.) per i problemi delle minoranze. Dal 2007 è membro del Consiglio dell'Unione degli Armeni d'Italia, dal 2009 è Presidente dello stesso Ente Morale, riconosciuto dalla Presidente della Repubblica Italiana (eretto in Ente Morale il 2/4/1955 Decreto del Presidente della Repubblica n° 709). Membro di molte associazioni internazionali di armenisti (A.I.E.A., A.A.S.L., A.N.R.A. ecc.). E' Accademico dei Filopatridi d'Italia, come membro effettivo. Parla correttamente diverse lingue: armeno, turco, italiano, francese, inglese, armeno classico (grabar), ottomano e lingua azeri. Conferenze: Sia come studioso di materie orientali che come Presidente dell'Unione degli Armeni d'Italia, ha tenuto centinaia di conferenze in diverse località dell'Italia che all'estero, ivi comprese nelle sedi del Parlamento Italiano, quello del Regno di Belgio e in sede di diverse accademie nazionali ed internazionali. ****** Coordina la serata il giornalista LUCA BARBIERI 33anni redattore del Corriere del Veneto e autore del libro “A Nord-Est di che” del 2010 [volantino a fondo pagina]
Dal 22 luglio al 1 agosto 2011 è stato realizzato il 2° Campo estivo "Per i bambini di Artas" nato da un'idea di Bassima Awad, presidente dell'Istituto di cultura palestinese "Al Quds", e poi progettato da lei insieme alla Prof. Silvia Gallo, docente di Lettere del Giorgione di Castelfranco ed ai responsabili del Centro Culturale del villaggio di Artas. Quest'anno l'animazione è stata curata da un nuovo gruppo di studenti del Liceo "Giorgione": Filippo, Matteo, Mattia, Letizia e Arianna. **** Artas un tempo un noto sito storico e archeologico, a soli 20 Km. da Betlemme attirava studiosi e turisti e conosceva una discreta attività agricola e artigianale. Con l'occupazione militare israeliana il villaggio è caduto in un progressivo isolamento; le restrizioni al movimento di persone e merci, ha portato ad una situazione di impoverimento e difficoltà economica per le famiglie di Artas. L'esproprio delle terre del villaggio e l'inefficacia del ricorso alla giustizia per veder garantiti i propri diritti, impediscono una decisa politica di investimento sul territorio per la promozione di un turismo capace di generare un reddito stabile per gli abitanti. La drammatica situazione in cui versa il villaggio non può non ripercuotersi sui ragazzi, costretti a vivere in un orizzonte sociale e culturale ristretto, privi di ogni prospettiva per il futuro. E' appunto ai bambini del villaggio che si rivolge il progetto intendendo offrire loro amicizia nuovi e stimoli umani, sociali e culturali. *** Il progetto è stato possibile per l'impegno economico dai partecipanti e da amici che ne hanno il valore educativo e culturale. [a fondo pagina si può scaricare la Relazione completa del capo estivo di quest'anno] ***** Chi intende dare un contributo per i nostri progetti può mettersi in contatto con Bassima bassi48@ libero.it a Padova oppure effettuare un bonifico sul conto intestato all’Istituto di Cultura Italo Palestinese Al Quds presso Cassa di Risparmio del Veneto IBAN IT52J06 22567 68451 02023 78215.
Usa: "Non lo accettiamo" - La Francia vota a favore. No di Germania, Canada e Stati Uniti. L'Italia si astiene. Gli Usa annunciano il ritiro di un contributo previsto di 60 milioni di dollari all'agenzia Onu. Al Maliki: "Momento storico". Israele: "Una tragedia" - PARIGI - "Voglio augurare il benvenuto alla Palestina". Così la direttrice generale dell'Unesco, l'organo delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, Irina Bokova, ha salutato l'ingresso del Paese nell'organizzazione. Un'adesione a pieno titolo, approvata questa mattina dall'Assemblea generale dell'Unesco di Parigi con 107 voti a favore, 14 contro e 52 astenuti. Hanno votato sì Francia, Cina e India. Contrari Stati Uniti, Germania e Canada. Italia e Gran Bretagna figurano tra i paesi che non si sono espressi. Perchè l'ammissione diventi operativa, la Palestina dovrà ora ratificare la carta dell'Unesco. "Questo è davvero un momento storico che restituisce alla Palestina alcuni dei suoi diritti", ha detto rivolgendosi alla Conferenza generale dell'Unesco il ministro degli Esteri palestinese Riyad Al Maliki. "Un giorno di festa", ha aggiunto Sabri Saidam, consigliere del presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas, sottolineando: "Per noi si tratta di uno dei pilastri nella nostra lotta per l'indipendenza". Opposto il parere di Israele, fortemente critica con il voto di Parigi. "Si tratta di una tragedia", ha detto un rappresentante del Paese, secondo cui la manovra "non porta alcun cambiamento nei rapporti" tra Israele e Palestina, semmai "allontana la possibilità di un accordo di pace". Come previsto il via libera di oggi ha creato una spaccatura con gli Stati Uniti, il cui commento non si è fatto attendere. "Non possiamo accettare l'adesione della Palestina all'Unesco", ha dichiarato David Killion, ambasciatore Usa, intervenendo alla sessione plenaria dell'Unesco dopo il voto favorevole ai palestinesi. Come prima reazione, Washington ha annunciato di ritirare il contributo previsto di 60 milioni di dollari all'agenzia a seguito dell'ingresso della Palestina come stato membro. Un grave colpo visto che gli Stati Uniti sono il principale finanziatore dell'Unesco e contribuiscono al suo bilancio per il 22%.Il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari ha commentato l'astensione affermando che l'Italia "si è attivata per giungere ad una risposta coesa e unita da parte dell'Ue, in mancanza della quale ha deciso di astenersi". (La Repubblica)
Il Liceo Giorgione di Castelfranco Veneto in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italo-Palestinese Al Quds invitano alla presentazione del libro "A nord- est di che …." di Luca BARBIERI. Sarà presente in sala l’autore introduce e coordina il giornalista Massimo Tesei. Gli STUDENTI DEL LICEO Giorgione RACCONTERANNO l'ESPERIENZA DEL CAMPUS ESTIVO 2011 ad ARTAS (villaggio vicino a Betlemme). *** LUCA BARBIERI 33 anni, giornalista, lavora come redattore al «Corriere del Veneto». Nel 2009 ha frequentato il Master per inviati in aree di crisi dedicato alla giornalista del «Corriere della Sera» Maria Grazia Cutuli. - E’ al suo primo libro e si rivela con lo stile schietto e veloce che ne contraddistingue gli articoli, questo libro mostra il Nord est come viene percepito dagli occhi di chi ci viene e di chi lo lascia: in fondo, è un modo per capire qualcosa in più anche di noi stessi. (www.anordestdiche.com). MASSIMO TESEI è uno dei fondatori della cooperativa Una Città, di cui è stato per 25 anni presidente. Nel corso dei vent’anni di esistenza della rivista Una Città ho fatto parte della redazione occupandosi principalmente di “politica internazionale”. Sue sono molte interviste realizzate in Bosnia durante e dopo la guerra, in Algeria, in Israele e in Palestina nonché realizzate con cittadini di paesi stranieri profughi o di passaggio in Italia. E' stato anche promotore di progetti realizzati a Sarajevo e Tuzla (BiH), in Algeria, nel Saharawi, o realizzati nelle scuole italiane. Di un certo successo quello su La storia dell’altro, che lo ha portato in molte decine di scuole in tutta Italia a presentare l’omonimo libro e a documentare la situazione del conflitto in Israele e Palestina. Ha accompagnato due volte Jeff Halper, animatore dell’associazione Ichad (comitato israeliano contro la distruzione delle case palestinesi) in tour in varie città italiane, scuole e università, presentando il suo libro Ostacoli alla pace, edito da Una Città.*** L'iniziativa sarà replicata prossimamente anche a Padova.*** (locandina a fine pagina)
Il presidente Usa stringe l'allenza con Netanyahu per guadagnare l'appoggio della lobby americana pro-Israele. La guerra allo Stato di Palestina e' entrata nella campagna per le presidenziali. «Libici, il mondo intero è con voi», ha detto ieri Barack Obama concludendo il suo intervento alla riunione al Palazzo di Vetro dedicata alla Libia. Più o meno in quello stesso momento il presidente del Kosovo, la signora Atifete Jahjaga, che ha incontrato Hillary Clinton nei giorni scorsi, ha riferito che il Segretario di stato ha riaffermato il pieno appoggio degli Stati Uniti alla sovranità e all’integrità territoriale del suo paese. Passano gli anni, le Amministrazioni e i presidenti ma la politica americana non cambia: libertà (a parole) e indipendenza per tutti, anche al Kosovo, ma non ai palestinesi. Sino a quando Israele non darà il suo consenso firmando un accordo, i palestinesi non potranno avere uno Stato, anche minuscolo, sulla loro terra e dovranno rimanere sotto occupazione. Barack Obama confermerà oggi al premier israeliano Netanyahu che gli Usa intendono far abortire subito la richiesta palestinese di adesione, convincendo i paesi membri del Consiglio di Sicurezza a votare contro. Poco importa se Abu Mazen chiede l’ingresso alle Nazione Unite di uno staterello simbolico che difficilmente sarà sovrano quando avrà realizzazione concreta. Qualche tempo fa in Israele si dibatteva della «tensione» tra Obama e Netanyahu, dello «scontro» sugli insediamenti colonici tra Usa e Israele, e i settler issavano manifesti con l’immagine del presidente Usa con al collo la kefia palestinese. Ora Obama è un alleato di ferro di Tel Aviv. Si avvicinano a grandi passi le presidenziali e l’inquilino della Casa Bianca crede di poter arrestare l’emorragia di consensi con l’aiuto della influente lobby pro-Israele. Ma non è l’unico in casa americana a guardare a quell’appoggio. In questi giorni negli States si fa a gara nel dimostrare sostegno incondizionato a Tel Aviv. Il potenziale candidato repubblicano ed ultraconservatore Mitt Romney ha esortato a tagliare subito il finanziamento annuale ai palestinesi (circa 500 milioni di dollari). Non basta, ha anche chiesto la revisione delle relazioni diplomatiche con i paesi che daranno un voto favorevole all’adesione dello Stato palestinese all’Onu superando a destra il suo rivale, il governatore del Texas Rick Perry, che qualche giorno fa aveva legato i finanziamenti all’Anp di Abu Mazen ad un ritorno immediato e senza condizioni dei palestinesi alle trattative con Israele. Quattordici senatori da parte loro hanno esortato Obama ad usare toni categorici, veri e propri ordini, per riportare nei ranghi i palestinesi. L’ex candidato presidenziale Mike Huckabee invece spara siluri contro la Conferenza Durban III sui diritti umani (che l’Italia boicotterà ancora una volta) che considera un vero e proprio attacco a Israele parallelo a quello «lanciato» dai palestinesi alle Nazioni Unite. E non può essere dimenticata neanche la dedizione del parlamentare repubblicano Joe Walsh che lunedì ha presentato alla Camera un testo di risoluzione a favore della annessione a Israele di tutta la Cisgiordania. Tanti sforzi concentrati contro uno Stato virtuale. E ora gira voce che il voto del Consiglio di Sicurezza verrà rinviato sine die per un tacito accordo raggiunto tra i paesi membri più influenti. Notizie che turbano fino ad un certo punto la popolazione palestinese, che già guarda senza particolari emozioni al progresso dell’iniziativa lanciata dall’Olp. Oggi migliaia di persone, mobilitate dal partito di Abu Mazen, Fatah, si ritroveranno in piazza a Ramallah, per sostenere la richiesta di adesione all’Onu. La stessa piazza dove ieri è stata portata una enorme sedia di legno, simbolo del 194.mo seggio alle Nazioni Unite che vorrebbe occupare la Palestina. E’ prevista una marcia che partirà dalla tomba del presidente scomparso Yasser Arafat e si concluderà davanti al quartier generale dell’Anp. Circa 7.500 agenti israeliani verranno dispiegati nei pressi dei principali posti di blocco.
Betlemme - Agenzie. Rappresentanti e analisti palestinesi sono rimasti delusi dal discorso di Barak Obama alle Nazioni Unite ieri, nel quale hanno identificato una chiara inclinazione a sostegno degli interessi israeliani. Il presidente Obama ha respinto il piano dei palestinesi per il riconoscimento internazionale del loro Stato, invitandoli invece a riavviare i negoziati con Israele. Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente, ha risposto così al discorso di Obama: "I palestinesi sono pronti a negoziare con Israele nel momento in cui lo Stato ebraico fermerà le costruzioni illegali e quando accetterà di negoziare tenendo a mente le frontiere del 1967". Ahmed Yousef, deputato di Hamas, in carica presso il ministero degli Esteri ha osservato: "Obama sta provando a invalidare il voto all'Onu e le sue dichiarazioni non offrono nulla". All'agenzia "Ma'an" Yousef ha dichiarato: "Dalle parole di Obama traspira un impegno fazioso a favore di Israele e, per impedire che si venisse a creare imbarazzo, in tal modo, gli Usa hanno tentato di dileguarsi dal voto Onu. "Non ha alcun senso insistere con i negoziati se gli Usa sono incapaci di fare su Israele le pressioni sufficienti per fermarne le attività illegali coloniali a Gerusalemme Est a in Cisgiordania". Per Hani al-Masri, analista politico: "Si è trattato un chiaro allineamento con la posizione israeliana", evidenziando come le relazioni tra Israele e Usa siano migliori di quelle che intercorrono tra America e Paesi arabi, soprattutto alle soglie del periodo elettorale Usa, nel 2012. "I palestinesi possono chiedere al Consiglio di Sicurezza Onu di congelare il voto, per dare ai negoziatori un'opportunità di sei mesi o di un anno. Quest'opzione salverebbe sia 'Abbas, sia Obama". Rashid Khalidi, docente di Studi Arabi di Edward Said e direttore dell'Istituto di Studi Mediorientali alla Columbia University, sostiene che "il discorso di Obama sia stato una kermesse delle motivazioni che hanno portato la politica americana a ostacolare una pace duratura in Medio Oriente. "E' stato prevedibilmente deprimente ascoltare il presidente lodare le nuove libertà per i popoli del Sudan del Sud, Costa d'Avorio, Tunisia, Egitto e Libia mentre, allo stesso tempo, informava i palestinesi che la loro libertà dipende dalla loro capacità di saltare il cerchio, quello retto dall'occupante israeliano e dai suoi amici americani", ha affermato Khalidi all'Istituto di Studi sul Medio Oriente (Imeu). Per Jamil Majdalawi, leader del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp): "Le parole di Obama sono state un tentativo di negare il fallimento dei negoziati, con i quali si è giunti a punto morto. La richiesta fatta da Obama di tornare i negoziati darà a Israele un'opportunità di mutare ancora i fatti sul campo e di derubare altra terra palestinese dove costruirvi insediamenti. "Il discorso di Obama non potrà che incoraggiare 'Abbas a continuare con il proprio piano al Consiglio di Sicurezza Onu e a non ritirare la mozione per la piena membership". Yasser Abed Rabbo, segretario generale dell'Organizzazione di liberazione della Palestina (Olp) aveva confidato ai Reuters: "Nel discorso di Obama c'è stato un grande divario tra la lode fatta alla lotta per la libertà dei popoli arabi e l'astratto invito a tornare ai negoziati rivolto a noi e agli israeliani". Israele e gli Stati Uniti si oppongono all'iniziativa palestinese all'Onu. Israele la considera una mossa atta a deligittimarlo e i palestinesi sostengono invece che il loro piano creerà i presupposti per avviare poi colloqui diretti tra due stati parimente sovrani. Il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman ha apprezzato le dichiarazioni del presidente Obama davanti all'Assemblea Generale Onu a New York, definendole "incoraggianti". Come aveva detto Obama, anche Lieberman, in queste ora a New York, ha affermato: "Non esistono scorciatoie per la pace. (...) Essa può essere raggiunta solo per mezzo di colloqui di pace, - aggiungendo - Israele ha il diritto a costruire e a espandere le proprie colonie", nei territori palestinesi occupati. Nel suo discorso, Obama non ha fatto menzione alle frontiere del 1967 come base dei colloqui tra Israele e palestinesi, ma si è limitato a dire che "il conflitto potrà risolversi solo per mezzo di colloqui, e non attraverso il ricorso alla comunità internazionale". Lieberman ha invitato i palestinesi a tornare ai colloqui di pace, mentre ha insistito sul fatto che "Israele non fermerà le proprie attività coloniali". In qualità di deputato della Knesset (parlamento israeliano) Lieberman ha sempre considerato arabi e palestinesi "una minaccia demografica e strategica per Israele" e ne ha chiesto l'espulsione verso i Paesi arabi. Nel 2006, Israele creò un ministero senza portafoglio per gli Affari strategici. Pur di averlo nella coalizione di governo insieme al suo partito, l'ex premier Ehud Olmert cedette questo ufficio a Lieberman. Il 18 gennaio 2008, Lieberman abbandonò il governo e il ministero fu rimosso dopo tre mesi. Nel marzo 2008, fu riattivato e dato alla direzione del deputato del Likud, ex capo del personale e attuale vice premier Moshe Ya'alon. Dall'opposizione, il leader Tzipni Livni (partito di Kadima) ha affermato che "Obama ha presentato le basi del conflitto in una maniera bilanciata", soprattutto quando ha dichiarato che la pace può essere raggiunta con colloqui di pace e non per mezzo di decisioni (risoluzioni) dell'Onu. Livni ha chiesto a Netanyahu di riprendere il processo di pace "non solo per la salvezza dei palestinesi, ma anche per quella israeliana". I palestinesi avevano scelto di sottrarsi dai colloqui di pace con Israele a causa della ininterrotta occupazione, per le violazioni e per le politiche dell'espansione coloniale israeliana in terra di Palestina. In base alla IV Convenzione di Ginevra "le colonie sono illegali e costituiscono crimini di guerra". Anni e anni di colloqui di pace con Israele hanno portato a una massiccia politica dell'espansione coloniale sulla terra dei palestinesi, mentre lo Stato ebraico continua a rifiutarsi di accogliere il Diritto al Ritorno dei profughi palestinesi insieme a tutte le risoluzioni relative. http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=422382 http://www.imemc.org/article/62079 © Agenzia stampa Infopal E' permessa la riproduzione previa citazione della fonte "Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it"
Il presidente americano Barak Obama ha respinto, nel suo discorso di ieri, il piano con il quale i palestinesi intendono chiedere la benedizione internazionale del loro Stato e, da parte sua, ha insistito per un ritorno ai negoziati con Israele rischiando, in tal modo, di dar luogo a un imminente disastro diplomatico. --- Rivolgendosi all'Assemblea Generale Onu, Obama - i cui precedenti sforzi di pace avevano prodotto ben poco - ha insistito sui negoziati in Medio Oriente: "La pace non giungerà per mezzo di dichiarazioni o risoluzioni", e ha addossato a entrambe le parti la responsabilità di rompere l'impasse lunga anni. - "Non esiste una scorciatoia per porre fine al decennale conflitto. La pace è una missione dura da realizzare". Obama si è aggrappato alla crisi economia, al calo dei sondaggi nazionali e ai crescenti dubbi all'estero sulla sua leadership. La sua diplomazia in Medio Oriente, insomma, procede camminando sui trampoli, e questo lo condurrà a un punto critico per la sua presidenza e per la credibilità del suo Paese nel mondo. Egli sta affrontando un test scoraggiante che prova come l'influenza americana nella regione sia erosa. Lo ha dimostrato la sua ultima disfatta, quando ha provato a convincere i palestinesi a non portare avanti la loro richiesta di uno Stato indipendente al Consiglio di Sicurezza Onu questa settimana. Ma i palestinesi sono intenzionati a farlo, a dispetto dell'opposizione israeliana e della minaccia del veto Usa. - Salendo sul podio dell'Onu, Obama ha tentato di sbilanciare il delicato equilibrio. Ha rassicurato i palestinesi che, così dichiarando, egli non sta abbandonando il proprio impegno ad aiutarli a fondare il loro Stato, mentre, da un altro lato, ha cercato di placare le preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza e ha reiterato le promesse di Washington. I membri dell'Assemblea generale Onu - dove si è riscontrato un alto indice di gradimento per i palestinesi - lo hanno ascoltato tutti, ma il responso al discorso di Obama - durato 36 minuti - è stato un freddo silenzio. - Diffuso era lo scetticismo sulle probabilità che le parole di Obama potessero suscitare successo - non solo per le profonde divergenze tra le due parti - e sul fatto che il presidente Usa non sia capace di fare molto, se non contenere i danni. -- L'amministrazione di Obama aveva affermato che "solo colloqui diretti possono portare alla pace con i palestinesi". Questi ultimi sostengono: "Dopo due decadi di negoziati privi di risultati, non abbiamo avuto altra scelta se non quella di rivolgerci all'organizzazione internazionale". Al discorso di Obama hanno fatto seguito una serie di colloqui con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale ha ribadito le affermazioni americane sul ripristino dei negoziati come unica via per la pace, senza, tuttavia, fare alcuna nuova proposta. "Non avrà successo", ha affermato Netanyahu con riferimento alla mossa palestinese all'Onu per il proprio Stato. Dopo anni di ostracismo della diplomazia americana, ieri gli europei sono sembrati essere meramente pazienti. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha esposto un piano ambizioso per la ripresa dei negoziati entro un mese e per raggiungere un accordo finale entro un anno. Il dramma dello Stato. Dal momento che America, Israele e leadership palestinese lottano tutti all'ombra delle rivolte arabe dalle quali stanno venendo fuori nuove tensioni politiche in Medio Oriente, il dramma del voto all'Onu per lo Stato palestinese rappresenta un fuorigioco. Esso arriva anche nel periodo in cui Israele si ritrova maggiormente isolato rispetto agli ultimi decenni e rappresenta una sfida per Washington. Continuando a proteggere Israele, gli Stati Uniti produrranno un aumento della diffidenza araba in un momento in cui l'inclinazione di Obama per il mondo musulmano è già al tramonto. Annotando le profonde frustrazioni per la mancanza di qualunque progresso sul fronte israelo-palestinese, Obama ha affermato: "Israele deve sapere che qualunque accordo sarà condotto nel nome della sua sicurezza. (...) I palestinesi meritano di avere certezze sulle basi territoriali del loro Stato". Dopo il suo discorso all'Onu, Obama avrebbe poi incontrato il presidente dell'Autorità palestinese (Anp), Mahmoud 'Abbas. Con l'imminente questione che domina l'agenda Onu di Obama, il suo fallimento nel disinnescare la situazione non segnerà solo una sconfitta diplomatica per il presidente americano, ma sarà anche il segno eloquente dei nuovi limiti statunitensi. E questi segnali avranno il loro peso in Medio Oriente. Nel suo discorso, Obama ha dato sostegno ai cambiamenti democratici nel mondo arabo, insistendo sulla necessità di imporre ulteriori sanzioni contro il leader siriano Bashar al-Assad e richiamando Iran e Corea del Nord a rispettare i propri obblighi in materia di nucleare - due punti questi, che sono serviti a Obama ad evadere dalla risoluzione dei palestinesi. I diplomatici da Usa, Russia, Unione Europea (Ue) e Onu - ovvero il Quartetto per il Medio Oriente composto da mediatori -, hanno cercato di raggiungere un altro compromesso, senza risultati. Il discorso di Obama non ha offerto alcuna nuova ricetta per la pace israelo-palestinese. A maggio scorso egli era stato chiaro su un accordo finale che aveva provocato l'ira di Israele quando aveva dichiarato che "il punto di partenza per qualunque negoziato, sarebbero state le frontiere antecedenti alla guerra del 1967 (a partire da quell'anno, e fino ad oggi, occupate da Israele, ndr)". Obama chiederà un faccia a faccia con 'Abbas, per farlo desistere dal sottoporre al Segretario generale Onu, Ban Ki-moon, la richiesta di piena adesione alla comunità internazionale, domani, venerdì 23 settembre. Gli Usa hanno annunciato di voler porre il veto per bloccare l'iniziativa. Ed è stato prevedibile che, durante incontri separati, Obama avesse chiesto a Netanyahu - da cui era stato posto sotto pressione - di aiutarlo ad adulare 'Abbas, convincerlo a tornare ai negoziati, mentre chiedeva al premier israeliano di mettere a freno le nuove pericolose tensioni con Egitto e Turchia, due partner regionali di rilievo dell'America. E' inverosimile che il presidente americano potesse fare troppe pressioni sui falchi della leadership israeliana in merito a concessioni da riservare ai palestinesi. Obama, infatti, è conscio di non poter osare alienare l'ampia base del sostegno che Israele gode tra gli elettori americani, dal momento che nel 2012 egli dovrà inaugurare la propria campagna elettorale. Gran parte degli analisti sono scettici sul fatto che l'ultima diplomazia di Obama e quella di altri possano fare abbastanza per spronare negoziati che siano attendibili e dopo i precedenti sforzi che hanno condotto a un punto morto. (Fonti: Reuters e Ma'an) Il discorso di Barak Obama http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=422351 - © Agenzia stampa InfopalE' permessa la riproduzione previa citazione della fonte "Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it"
A questo punto Abu Mazen non può tornare indietro. Ieri il presidente palestinese, con un discorso trasmesso in diretta televisiva, ha confermato che la settimana prossima presenterà alle Nazioni Unite una domanda di adesione piena di uno Stato palestinese, sui confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Se il presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) cedesse all'ultimo momento alle pressioni americane e di quella parte di Europa, con l'Italia in testa, che nega il diritto del suo popolo alla libertà e all'indipendenza, il suo destino politico e quello dell'Anp sarebbe segnato. Può e deve andare avanti, precisando però che tipo di Stato di Palestina sta costruendo, se un'entità davvero sovrana o uno staterello senza alcun potere reale che finirebbe per legittimare l'apartheid che sta emergendo nei Territori occupati. Il premier israeliano Netanyahu al contrario ha ben chiare le idee. Quando venerdì prossimo prenderà la parola al Palazzo di Vetro, Netanyahu, dirà che è disposto ad accettare un innalzamento dello status dell'Anp all'Onu ma non il riconoscimento di uno Stato palestinese. «Ci rivolgeremo al Consiglio di sicurezza» ha detto Abu Mazen rivolgendosi ai dirigenti dell'Anp e del suo partito, Fatah. «Dopo il mio discorso (all'Assemblea generale, venerdì prossimo 23 settembre ndr), presenterò una domanda di adesione al segretario generale affinché la trasmetta al presidente del Consiglio di sicurezza». «Quanto alle altre opzioni - ha aggiunto - decideremo al momento opportuno». Il presidente dell'Anp ha poi parlato indirettamente al movimento islamico Hamas che dal 2007 controlla Gaza sottolineando l'importanza della «unità nazionale e affermando che l'Anp «continuerà il processo di riconciliazione interpalestinese». Mai con in questo momento tutti palestinesi chiedono a Fatah e Hamas di agire soltanto nell'interesse del popolo. «Vogliamo delegittimare l'occupazione, non lo Stato di Israele, negozieremo da Stato a Stato», ha proseguito Abu Mazen per negare le accuse del governo Netanyahu di voler provocare una escalation di scontri e violenze nei Territori Occupati. E invece la violenza continua ad arrivare dalla parte che più di ogni altra trema di fronte all'idea della nascita di uno Stato palestinese sovrano, pienamente riconosciuto. Anche ieri un gruppo di coloni israeliani, ufficialmente in «gita», si sono scontrati con gli abitanti di un villaggio palestinese non lontano da Nablus. Un settler è rimasto ferito, un palestinese è stato colpito gravemente con un'arma da fuoco e secondo alcune fonti sarebbe morto in ospedale. Dalla Casa Bianca intanto continuano ad arrivare avvertimenti all'Anp. Per un Barack Obama debole e appiattito sulle posizioni di Israele, il passo palestinese all'Onu rappresenta solo un «diversivo» che non risolverebbe il problema del conflitto in Medio Oriente. «Il nostro intento è quello di aiutare i palestinesi a raggiungere il loro obiettivo a lungo termine e il solo modo in cui raggiungeranno il loro obiettivo è attraverso negoziati diretti con gli israeliani», ha dichiarato il portavoce della presidenza americana, Jay Carney. Ma alle favole degli americani non crede più neppure l'accomodante Abu Mazen.
di Michele Giorgio, "Il Manifesto" ♠♠♠♠♠♠♠ Gerusalemme, 07 giugno 2011, Nena News – Pressioni politiche e uso della forza. E’ questa la strada scelta dal governo Netanyahu per fermare la Freedom Flotilla 2 «Stay Human», la seconda flottiglia pacifista per Gaza, dedicata all’attivista italiano Vittorio Arrigoni. Dietro le quinte il lavoro è ancora più articolato. Il Centro legale israeliano “Shurat HaDin”, ufficialmente una associazione non-profit, ha annunciato che farà causa alle compagnie proprietarie delle navi che a fine giugno dovrebbero salpare per Gaza, tra le quali l’italiana «Stefano Chiarini» che porta il nome del giornalista del manifesto scomparso nel 2007. ♠♠♠ La minaccia a prima vista sembra inconsistente ma la direttrice di “Shurat HaDin”, Nitsana Darshan-Lettner, ha spiegato al quotidiano Jerusalem Post che l’azione legale verrà avviata negli Stati Uniti dove l’American Neutrality Act consente di procedere contro imprese e società straniere, con uffici negli Usa, che lavorano con le «organizzazioni terroristiche». Tenendo presente che il movimento islamico Hamas, che governa a Gaza, è nell’elenco dei gruppi «terroristici» del Dipartimento di stato, il centro legale israeliano ritiene di poter ottenere facilmente la condanna delle compagnie armatrici che daranno assistenza alla Flotilla 2, nonché delle compagnie di assicurazione specializzate nel settore marittimo. Per il governo israeliano – e per non pochi dei paesi alleati di Israele – la seconda flottiglia pacifista, così come la prima, è una iniziativa a sostegno dei «terroristi» di Hamas e non della popolazione civile di Gaza sotto un duro embargo da diversi anni. Dopo l’uccisione di nove civili turchi in un blitz israeliano sulla nave Mavi Marmara (parte della prima flottiglia) il 31 maggio 2010, Israele ha puntato con decisione sulla denuncia della componente islamica della Freedom Flotilla per «allertare» i governi amici sul «pericolo fondamentalista». Avvertimenti minacciosi in questi giorni sarebbero stati inviati anche alla “Inmarsat”, la società che garantisce le comunicazioni satellitari alle navi che percorrono il Mediterraneo meridionale. I risultati dei passi fatti dalla “Shurat Ha Din”, ha scritto il Jerusalem Post, già si vedono poiché i “Lloyd’s” (la più grande compagnia di assicurazione marittima) e la “International Union of Marine Insurance” avrebbero garantito che non assisteranno la Freedom Flotilla. ♠♠♠ Ma ad agire contro la seconda flottiglia per Gaza sono in tanti. La stampa turca ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero offerto al premier Erdogan, in cambio di uno stop alla Flotilla, la possibilità di tenere ad Ankara un summit israelo-palestinese, sul modello della Conferenza di Pace di Madrid del 1991 e degli Accordi di Oslo del 1993. «I governi democratici non possono fermare i loro cittadini che intendono far partire un’altra flottiglia di aiuti per Gaza e sfidare un blocco (israeliano) illegale», ha ribadito da parte sua il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, replicando all’appello ad impedire la partenza della «Stay Human» lanciato dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Nena News
*** APPELLO: RICONOSCO LO STATO DI PALESTINA*** Noi cittadini dell'Unione Europea, aventi il diritto a contribuire alla formulazione della politica europea basata sui principi democratici, il rispetto dei diritti umani e dei popoli del mondo, crediamo che l'ingiustizia e la sofferenza del popolo palestinese, conseguente all'occupazione, alla colonizzazione, all'espulsione, al dimensionamento del movimento delle persone e delle merci e la continua violazione dei loro diritti civili ed umani, debbano cessare. Noi cittadini europei crediamo nell'urgenza di realizzare il principio di "due Stati per due popoli ", ed il reciproco riconoscimento, quali condizioni perché il popolo palestinese e quello di Israele possano vivere in pace, sicurezza e democrazia accanto agli altri popoli e Stati vicini. Noi cittadini europei, liberi e nel pieno esercizio dei nostri diritti civili e politici, chiediamo per questo al Parlamento Europeo il RICONOSCIMENTO immediato dello Stato indipendente e sovrano di Palestina sui confini antecedenti il 4 giugno 1967, Stato di Palestina che vivrà in pace e sicurezza accanto allo Stato di Israele. **** (volantino a fondo pagina ) **** Puoi anche firmare sul sito di «Freedom For Palestine»: www.palfreedom.ps.
--- Il 24 maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto l'opportunità di presentare un piano per una pace giusta tra il suo paese e i palestinesi. Milioni di persone hanno ascoltato le sue parole al congresso degli Stati Uniti con il fiato sospeso. Si rendevano conto dell'importanza di un discorso che avrebbe potuto rompere la paralisi diplomatica e portare a un accordo di pace definitivo, in grado di mettere fine al sanguinoso conflitto tra i due popoli. In molti speravano che il vento del cambiamento che negli ultimi mesi ha soffiato sul Medio Oriente potesse spingere anche il primo ministro israeliano verso un nuovo cammino. Invece abbiamo assistito al solito vecchio discorso. --- Netanyahu ha approfittato del credito concesso dagli ospiti americani per lanciare accuse ai palestinesi e imporre una serie infinita di ostacoli sulle questioni chiave. Invece di accettare il principio secondo cui il confine tra Israele e lo stato palestinese potrebbe tornare a essere quello del 1967, Netanyahu ha ribadito che i cittadini israeliani in Giudea e Samaria non sono occupanti. Ha dichiarato di essere pronto a fare concessioni dolorose, ma solo a patto che vengano rispettate interminabili condizioni che non stanno né in cielo né in terra. Netanyahu pretende che il presidente palestinese Abu Mazen rinunci alla riconciliazione con Hamas, e sostiene che sei leader israeliani hanno provato a raggiungere un accordo di pace con i palestinesi ma hanno fallito per colpa del rifiuto della controparte di riconoscere Israele come lo stato del popolo ebraico. --- Il premier israeliano ha ignorato le posizioni di due suoi predecessori, Ehud Barak ed Ehud Olmert, su una divisione equa di Gerusalemme, una soluzione del problema dei rifugiati e un accordo sullo scambio di territori che lascerebbe la maggior parte della Cisgiordania nelle mani dei palestinesi. --- Netanyahu tornerà a casa dagli Stati Uniti senza aver ottenuto alcun risultato di rilievo. Il primo ministro sta trascinando Israele e i palestinesi verso un nuovo ciclo di violenze, spingendo il suo paese in una posizione di isolamento, in profondo disaccordo con l'amministrazione statunitense. --- È arrivato il momento di dare ascolto al gran numero di cittadini israeliani favorevoli alla pace. Israele merita un leader diverso. As (da INTERNAZIONALE, n. 899, giugno 2011)
Per ricordare la NAKBA palestinese, la Comunità Palestinese del Veneto e l'Istituto di Cultura Al Quds, in collaborazione e con il contributo del Consiglio di Quartiere 4 - Sud Est organizzano la proiezione del film MIRAL, del regista ebreo americano Julian Schnabel e della scrittrice e giornalista palestinese Rula Jebreal, che lottano per la pace. **** Sono passati 63 anni dal tragico giorno della cacciata della popolazione dalla sua terra da parte dell'esercito di Israele, sono tutt'oggi dispersi nel mondo, e soprattutto nei campi profughi dove vivono sei milioni di palestinesi in condizioni disumane. Questo film racconta un pezzo di questa nostra storia martoriata." (Jamil Gharaba) *** Il film Miral comincia dal 1948, con la nascita dello Stato d’Israele. Nakba è la parola con cui i palestinesi descrivono la «catastrofe» seguita a quell’evento, la quale attraversa il ‘900 tracciando, contromano rispetto al conflitto permanente, un percorso di speranza. Miral è il nome di un fiore del deserto, ma anche quello di una giovane palestinese che vive in Israele. All’età di 7 anni viene accolta nel collegio-orfanotrofio “Dar Al Tifel” fondato nel 1948 da Hind Husseini, appartenente ad una delle più agiate famiglie palestinesi di Gerusalemme,; l’stituzione era nata per accogliere coloro che gli esiti cruenti della nascita dello Stato d’Israele avevano lasciato senza genitori né mezzi di sussistenza. *** Miral è un duro atto d’accusa contro l’occupazione israeliana filtrato dallo sguardo di una giovane donna palestinese la cui storia personale s’intreccia con quella disgraziata della propria terra. Dopo un’iniziale adesione alla lotta armata, Miral seguirà la via pacifista tracciata dal padre e dalla sua vecchia insegnante, la coraggiosa Hind Husseini. “Se vuoi che la Palestina abbia un futuro – le rispose Hind – devi fare in modo che questo collegio rimanga aperto. Allora vedrai che avrai modo di fare la tua parte. Lo Stato che nascerà avrà bisogno di ragazze sveglie e intelligenti, non di martiri”. *** Il 14 marzo 2011 il film è stato proiettato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Durante la serata verrà letta l’intervista alla giornalista Jebreal, la quale racconta le difficoltà affrontate per ottenere questa importante ed unica occasione. *** Prima del film qualche minuto verrà dedicato al ricordo di Vittorio Arrigoni e Juliano Mer Khamis
Il 15 marzo è stato scelto dai Palestinesi come la data per commemorare l’evento più drammatico della loro storia, la Nakba, cioè la catastrofe che si abbatté nel 1948 sulla loro patria. *** Sono passati 63 anni da quel tragico evento e lo stato Palestinese non ha ancora una sua realizzazione. *** Ricordiamo brevemente gli eventi. I sionisti in coincidenza con il prossimo abbandono del territorio da parte della truppe britanniche (alla conclusione del mandato) e progettando la proclamazione del loro stato, nel marzo 1848 sferrarono il piano Daleth che doveva portare all’occupazione di buona parte della Palestina. *** Ottocentomila palestinesi, cioè più di metà della popolazione originaria, fu sradicata dalla loro terra, 531 villaggi palestinesi distrutti, 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti e parecchie migliaia di uomini, donne e bambini furono massacrati secondo un piano di pulizia etnica, ricostruito dallo storico israeliano Ilan Pappe. In questo modo i sionisti occuparono il 76 % della Palestina, cioè molto di più del 56 % previsto dalla risoluzione dell’ONU del novembre 1947, già profondamente ingiusta perché attribuiva alla minoranza ebraica la maggioranza del territorio della Palestina storica. Con la guerra del 1967 Israele ha ulteriormente ampliato i suoi confini occupando la Cisgiordania, la striscia di Gaza, le alture del Golan e il Sinai. *** I palestinesi profughi oggi sono 6 milioni dispersi nei campi profughi dei paesi limitrofi e costituiscono il 64% dei palestinesi nel mondo. Ad essi è ostinatamente negato da Israele il diritto al ritorno. ***La situazione dei palestinesi è sempre più drammatica, nella più completa indifferenza e spesso con la connivenza della comunità internazionale nei riguardi della politica israeliana di violazione dei diritti umani, di espansione sistematica dell’occupazione militare con l’ampliamento delle colonie, di respingimento di ogni forma di sostegno umanitario nei confronti dei palestinesi, di sistematico rifiuto ad avviare serie di trattative di pace. *** Vogliamo ricordare con commozione tutti palestinesi che hanno dato la vita per la loro patria (tra cui il giovane Samir 'Ayyash, ucciso durante le manifestazioni di questi giorni) e tutto il popolo palestinese che con coraggio tenace e speranza ostinata guarda al loro presente e al futuro. Ricordiamo anche il volontariato internazionale (tra cui quello israeliano che condanna la politica del proprio governo) che a rischio personale offre un contributo reale per un mondo più giusto. Pensiamo a Vittorio Arrigoni, a Juliano Mer Khamis, a Rachel Corrie e a tutti quanti sanno mantenere vivo il senso di giustizia e di umanità nel mondo.